Lectio Divina



Nella tradizione cristiana la Lectio Divina (lettura divina) è un modo tradizionale di pregare la Bibbia. Le sue radici sono antichissime, Già nell’Antico Testamento è possi-bile rinvenire, senza grosse forzature, quello che potremmo definire il prototipo della Lectio Divina. Nel libro di Neemia (capp. 8-9-10) è narrato un episodio fondamentale per la vita del popolo giudaico. In un momento delicatissimo della sua storia (la fine dell’esilio in Babilonia, il rientro a Gerusalemme, la ricostruzione del tempio e delle mura, la promulgazione di riforme sociali, il ritorno alla Legge di Dio), comincia a nascere nella comunità ebraica una nuova coscienza di popolo in obbedienza alla Legge di Dio. La ratifica ed il culmine di questo sentire avviene in quel giorno straordinario in cui il sacerdote Esdra, davanti a tutto il popolo radunato “come un solo uomo” (Ne 8,1), legge la Parola di Dio (così come questi l’aveva data ad Israele per mezzo di Mosè) «dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno» (Ne 8,3). Per quanto riguarda il Nuovo Testa-mento, l’episodio fondamentale giunge anch’esso in un momento delicatissimo, quando i discepoli se ne vanno verso il villaggio di Emmaus sconsolati e afflitti per la sorte subita dal loro maestro, ma egli disse loro: «“Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”. E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui». (Lc 24,25-27). Fin dai primi secoli del cristianesimo si discusse su come leggere e interpretare la Sacra Scrittura: ad esempio, la scuola antiochena predi-ligeva un approccio maggiormente letterale, tra costoro si può ricordare S. Ignazio di Antiochia (II sec. d.C.), Paolo di Samosata (III sec. d.C.), il martire Luciano (IV sec. d.C.) ecc. Altri, come Origene (III sec. d.C.) e Eusebio di Cesarea (III-IV sec. d.C.) introdus-sero il metodo allegorico. La lettura e l’ascolto delle Scritture ha molta importanza anche per i Padri del deserto (IV-V sec.) tra i quali, comunque, molto acceso è il dibattito relativo al valore della comunicazione orale rispetto a quella scritta. Per S. Giovanni Crisostomo (+407) la Scrittura rappresenta fondamentalmente lo strumento privilegiato ma imperfetto che l’uomo possiede per ascoltare la voce di Dio; in essa è contenuta la Parola di Dio intesa come disponibilità benevola di Dio che sottopone la perfezione e la grandezza del suo messaggio e della sua Parola all’imperfezione ed alla caducità della parola umana pur di comunicare all’uomo il suo piano. Egli affermava: «Il proprio della fede sta nel lasciare tutta la logica della terra per aggrapparsi a quel che sta al di sopra della natura, nel respingere la debolezza dei ragionamenti per accogliere in noi tutto in virtù della potenza di Dio» (Giovanni Crisostomo, Comm. In Epist. ad Rom. 17,2). 

La pratica della Lectio Divina incominciò a strutturarsi con S. Girolamo (+ 419 – 420), che fu monaco a Betlemme, e fu ritenuto un padre e maestro del metodo della Lectio Divina; egli affermava che “cristiani si diventa, non si nasce” (Girolamo, Ep. 107,1) e pertanto, per essere autentici cristiani, bisogna, in primo luogo, accostarsi sapientemente alle Scritture. È per questa sua convinzione che egli definisce, quasi in forma di proto-collo ben codificato, la struttura completa della Lectio secondo un’articolazione comples-sa che, attraverso il succedersi di più momenti, porta ad una comprensione autentica della Parola di Dio. La Lectio, cioè la fase della lettura, è considerata il ‘cibo dell’anima cristiana’ (Girolamo, Ep. 5,2). È la fase in cui si prende coscienza dell’esistenza del messaggio di Dio ancora da scoprire. La Lectio dà la forza per conoscere Cristo; al contrario, «L’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (Girolamo, In Esaiam. Prol.). In un solco più che millenario possiamo, senza indugiare sui vari metodi di lettura e le loro differenze, ricordare alcuni personaggi della storia che proposero, in vari modi, questa pratica cristiana fondamentale: 

Cassiano (360-435) ha il grande merito di essere stato il depositario della grande tradizione monastica dei padri orientali e di averla comunicata all’occidente. Per S. Benedetto (ca.480-ca.555), la Lectio Divina costituisce una priorità assoluta, una pratica da promuovere e custodire; Gregorio Magno (ca. 540-604), monaco e pontefice, trasmise i fondamenti della Lectio Biblica considerata nella sua dimensione comunitaria (dialogo biblico). Secondo Ugo di San Vittore (ca. 1095-1141), la Lectio Divina rappresenta, in generale, ma specialmente per il monaco, la forma di lettura più alta; Bernardo di Clairvaux (Chiaravalle; 1091-1153), individua alcune regole fondamentali per poter condurre una vera Lectio Divina e giungere così alla comprensione autentica della Scrittura. Il modo di fare Lectio di Francesco D’Assisi (1182-1226), invece, si discosta notevolmente da quello del monachesimo medievale. Francesco, nella sua regola, non prescrive alcuna forma per la Lectio Divina. Eppure, come ben sappiamo, Francesco conosce estremamente bene ed in profondità la Scrittura al punto che la sua stessa vita è un tentativo di incarnare fedelmente la Scrittura ed in particolare l’Evangelo. S. Teresa di Lisieux, in un’era che si dovrebbe definire (con buone ragioni) di «oblio del libro», non solo leggeva di nascosto libri proibiti (come il Cantico dei Cantici) ma affermava: «Si j’avais été prètre j’aurais étudié à fond l’hébreu et le grec afin de connaître la pensée divine telle que Dieu daigna l’exprimer en notre langage humain» (Se fossi stata sacer-dote avrei studiato a fondo l’ebraico e il greco per conoscere il Pensiero Divino nel modo in cui Dio si è degnato di esprimerlo nel nostro linguaggio umano). 

Il metodo della Lectio Divina, ben definito, esaltato e largamente praticato in epoca medievale, conoscerà nei secoli successivi un periodo di oscurità in cui verrà declassato (e relegato praticamente alle sole realtà monastiche) a favore di altre pratiche, di sapore più intellettuale o devozionale, introspettivo e psicologico, che di fatto determineranno una vera e propria eclissi della Lectio Divina e, di conseguenza, della lettura meditata della Parola di Dio. Dopo questo periodo di vero e proprio «esilio» della Parola, sarà il Concilio Vaticano II (1963-1965), con la Dei Verbum, a riproporre il metodo della Lectio Divina quale forma privilegiata d’interpretazione della Scrittura. La Chiesa, in sostanza, riscopre la necessità di rimettere la Scrittura in una posizione di centralità nella sua stessa vita, individuando nella Lectio Divina l’unico modo per effettuare, ad ogni livello, una lettura della Scrittura secondo lo Spirito Santo. Nella Dei Verbum 25, la Lectio (articolata secondo i suoi momenti peculiari di lettura, meditazione e preghiera) viene raccomandata a tutti allo scopo di mantenere un contatto continuo con la Scrittura. Diversi pontefici hanno caldamente incoraggiato i fedeli in questo senso: 

«È necessario che l’ascolto della Parola diventi un incontro vitale, nell’antica e sempre valida tradizione della Lectio Divina che fa cogliere nel testo biblico la Parola viva che interpella, orienta, plasma l’esistenza». 

S. Giovanni Paolo II (Novo millennio ineunte, 39)

«Vorrei soprattutto evocare e raccomandare l’antica tradizione della Lectio Divina… Questa prassi, se efficacemente promossa, apporterà alla chiesa – ne sono convinto – una nuova primavera spirituale. La pastorale biblica deve dunque insistere particolar-mente sulla Lectio Divina e incoraggiarla grazie a metodi nuovi, elaborati con cura e al passo con i nostri tempi». 

Benedetto XVI

(Messaggio rivolto ai partecipanti al Congresso internazionale sulla Sacra Scrittura nella vita della Chiesa, Roma, 14-18 settembre 2005)

Prenderemo spunto dalle parole di Benedetto XVI (Metodi nuovi, elaborati con cura e al passo con i nostri tempi), ma non sarà possibile – soprattutto per ragioni di tempo – seguire tutte le fasi prescritte dalle varie scuole di Lectio Divina antiche e moderne, tuttavia l’intenzione è quella di unire l’antico con il nuovo, cioè giungere ad una lettura contemplativa e attualizzata seguendo sia l’antica via dei precursori, sia quella del metodo scientifico dei moderni commentatori:

“L’ascolto di Dio, da parte del cristiano, significa in concreto l’ascolto della Parola contenuta nella Bibbia. Il contatto con questa Parola scritta porta, infatti, a una ricchezza di vita inaspettata. A me, che leggo la Scrittura da circa cinquant’anni, essa appare ogni volta così nuova da destarmi stupore e da creare quello shock dell’intelligenza e dell’e-mozione che suscita il senso dei valori umani e che mette a contatto con i valori stessi di Dio. Assai opportunamente il Concilio Vaticano II, nella Costituzione dogmatica Dei Verbum, ha trattato a lungo di questo tema e sintetizzo il suo insegnamento in quattro punti: – tutti i fedeli devono avere accesso diretto alla Scrittura; – devono leggerla frequentemente e volentieri; – devono imparare a pregare a partire dalla lettura diretta della Bibbia; – al fine di conoscere Cristo Gesù, perché non lo si può conoscere al di fuori delle Scritture, e di conoscerlo in maniera eminente (…). Sono allora indispensabili dei mezzi concreti con cui il cristiano riesca ad accostarsi ai testi della Scrittura, al Nuovo Testamento in modo da confrontarli realisticamente con la sua esistenza. Tra questi mezzi o metodi concreti, suggerisco quello patristico della Lectio Divina, chiamata ‘divina’ appunto perché consiste nella lettura e nell’ ascolto di un passo della Bibbia (…). La Lectio è il momento in cui si legge e rilegge una pagina dell’Antico o del Nuovo Testa-mento mettendone in rilievo gli elementi portanti. È un atteggiamento dinamico, è lo sforzo di cogliere, nel testo, i rilievi in modo che da ‘pianura’ diventi un ‘panorama di montagna’ con alcune parti in luce e altre in ombra. Sottolineando i verbi, i soggetti, gli oggetti i vari elementi acquistano valore insospettato. La Lectio, nel quadro in cui noi la consideriamo, non è fine a se stessa ma si apre alla meditatio (…), la riflessione sui valori del testo, soprattutto sui valori permanenti. È un secondo modo di accostare il brano: non più per considerazione analitica dei soggetti, degli oggetti, dei simboli, dei movimen-ti interni ed esterni, ma dei valori che il testo veicola e porta con sé. La meditatio va fatta con la mente e anche con l’affetto perché spesso i valori sono ricchi di risonanze, di sentimenti. Comporta il superamento della quantità verso la qualità, il superamento delle forme esteriori, delle figure geometriche e sintattiche verso i loro contenuti, ed è quindi un passaggio importante (…). Il mondo della meditatio è molto vario perché l’uomo si confronta dall’interno con la Parola e ne fa modello, proposta, regola di vita. La meditatio è dunque un grandissimo valore da imparare, e magari ci si mette anni per impararla, però deve essere superata, a un certo punto, verso la contemplatio. La meditatio può essere fatta, in qualche maniera, anche da un non credente che si compiace dei valori profondi espressi dalla Scrittura. – Con la contemplatio entriamo nella specifica preghiera cristiana che è ‘in spirito e verità’. È il passaggio dalla considerazione dei valori all’adorazione della persona di Gesù che riassume tutti i valori, li sintetizza, li esprime in sé e li rivela (…). La lectio divina è una prassi di obbedienza totale e incondizionata a Dio che parla, dove l’uomo diventa un attento uditore della Parola (…). Essa può costituire un formidabile aiuto di fronte all’ attuale sfida del mondo occidentale. Un mondo in cui il mistero di Dio è quasi assente nei segni esteriori della vita e della società, un mondo interiormente arido, che soffoca la coscienza e non fa avvertire nell’esperienza quoti-diana il gusto del Dio vero. Soltanto se alimentiamo la nostra fede in un contatto con la Parola, potremo passare indenni attraverso il deserto spirituale dell’Europa moderna”. 

Tratto da ‘Ritrovare se stessi’, Carlo Maria Martini

La ‘Lectio Divina’ proposta dal cardinale comprende tre gradini: lectio, meditatio, oratio (o contemplatio) che, per maggiore utilità, vengono allargati a sette aggiungendone quattro: consolatio, discretio, deliberatio, actio. Come si è detto sopra, per ragioni di tempo non sarà possibile esaurire completamente la Lectio Divina in tutte le sue fasi, si propone una traduzione con note (scaricabile dal sito) facendo riferimento alle traduzioni della Conferenza Episcopale Italiana (CEI 1971 e CEI 2008); per motivi tecnici si prenderà come riferimento originale quella del ’71 con un breve sguardo alle più importanti versioni antiche e moderne nei punti più controversi ma soprattutto si terrà in grande considerazione il testo originale (per il Nuovo Testamento si seguirà la scelta testuale di E. Nestle – K. Aland, Novum Testamentum Graece et Latine, Deutsche Bibelgesel-lschaft Stuttgart, 1979; per l’Antico Testamento K. Elliger et W. Rudolph, Biblia Hebraica Stuttgartensia, Editio quinta, Deutsche Bibelgesellschaft, 1977). Le brevi note esplicative a piè di pagina saranno in gran parte note a carattere filologico. Si proseguirà con una breve scrutatio ma non tanto indugiando sui passi paralleli, quanto sullo «sfondo biblico», cioè proponendo alcuni testi che possono «aprire» e chiarire il testo in questione. Un’esegesi per sommi capi della ‘pericope’ (passo isolato da un contesto più ampio) precede l’enunciazione o la spiegazione dei temi proposti dal passaggio in causa. Lo studio prevede un lavoro di ricerca sulla Sacra Scrittura secondo il metodo antichissimo (usato anche dai commentatori ebraici): ‘spiegare la Bibbia con la Bibbia’. Eventuali spunti di carattere spirituale o parenetico saranno spiegati o a volte solamente enunciati. Video e PDF sono destinati ai singoli ma anche ai centri d’ascolto della Parola e a chiunque voglia adottare il metodo della Lectio Divina nel solco più che millenario della tradizione cristiana. 

Benedetto Piacentini